Tutti contro il ballo

Tutta la stampa più autorevole del Regime è impegnata nella "campagna contro il ballo"

La ballomania, in altre parole la voglia sfrenata di ballare, iniziata subito dopo il primo conflitto mondiale, continua imperterrita anche negli anni trenta.
Contro questa smania collettiva si scaglia con foga Massimo Bontempelli. "Il ballo è la quintessenza e l’espressione insieme dell'imbecillità"; sostiene l'Accademico d'Italia sulla Gazzetta del Popolo del 16 giugno 1932, avvicinandosi nella violenza dialettica alle invettive che Filippo Tommaso Marinetti lanciava nel 1914 dalle colonne del Gazzettino Azzurro contro il tango.

Estate Vacanze Rimini Riviera AdriaticaIl ballo argentino, intanto, superate le burrascose polemiche degli anni antecedenti il conflitto europeo, quando era ritenuto il "culto della voluttà", mantiene inalterati il fascino e l'attrattiva. Nei locali notturni l'esotica melodia è tuttora un richiamo alla seduzione. Quando parte il tango si spengono le luci e questo avviene, scrive maliziosamente il Corriere Padano il 3 luglio 1932, "per invitare cor maggiore efficacia le dame all'abbandono stanco sul largo petto del virtuoso cavaliere". Le luci invece si accendono al suono della rumba, nuovo ritmo travolgente che, secondo quanto scrive lo stesso giornale mostra "l'efficace esibizionismo di flessuosa, ondeggiante rotatoria abilità" delle coppie e richiama alla memoria "il brivido dell'orientale danza del ventre".
Tutta la stampa più autorevole del Regime è impegnata nella "campagna contro il ballo, considerato da Roma Fascista elemento distruttore del nostro patrimonio di moralità". Su Cultura Fascista si legge: e’ l'ora della danza? Benissimo, si accomodino i ballerini e danzino con amore, con passione, con frenesia, ma si ricordino coloro cui spetta, che con la danzomania non si fa un popolo grande". Altri giornali, inserendosi nella nobile lotta contro la tubercolosi affermano: "Non basta quello che si è fatto e si ha in animo di fare per la campagna contro la tubercolosi; bisogna anche non ballare più; poiché sono proprio le sale da ballo il semenzaio della tubercolosi; è nelle sale da ballo che decine e decine di giovani coppie, nel vortice della danza, aspirano polvere e aria rarefatta e con essa il bacillo micidiale". (Diario Cattolico, 22 maggio 1936).
Non c'è nulla che possa frenare il ballo. Qualsiasi pretesto, anche politico o sociale, è un'occasione per ballare. Si organizzano veglie tricolori, balli del littorio, veglioni in camicia nera. Per ballare si chiamano "in ballo" persino le opere assistenziali: la Croce Rossa, la campagna antitubercolare e la beneficenza. E a nulla valgono le proteste indispettite dei più ortodossi esponenti della cuItura del Regime.
Per osteggiare il ballo si tenta anche la strada dell'umorismo: sui giornali, molte vignette hanno come bersaglio lo slavato romanticismo delle danze e gli inutili sgambettamenti di una gioventù "ghiotta solo d’idiozie".
Neppure i drammatici avvenimenti politici e militari che incalzano all'orizzonte riescono ad arrestare quest’entusiasmo per il ballo. Michele Campana, cronista delle notti riminesi, in un impeto d’ottimismo scrive il 22 luglio 1939, 40 giorni prima dell'inizio del secondo conflitto mondiale: "Domani se occorrerà, questa gioventù, che si fortifica nel sole, nel nuoto e (perché non dirlo?) nel ballo, saprà, ad un comando del Duce, balzare all'assalto col canto sulle labbra ed il fascino della bellezza e del primato nel cuore.

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